PATAGONIA 2003 - FRACASO (Insuccesso)


“Il tempo delle traversate, nel senso della ricerca di itinerari e spazi, nello Hielo Continental Sur è concluso. Ora bisogna entrare nell’ottica della salita delle montagne a ovest della Cordillera, e questo vuol dire stare ad aspettare il momento propizio rintanati in tenda o in truna anche per più giorni” sentenziò il Prufesur.
Se lo dice Lui, che ha contribuito personalmente alla prima traversata di quella che oggi è diventata una grande classica come la Passo Marconi-Estanzia Cristina, dobbiamo dargli retta; tanto più che proprio questo autunno Thomas Ulrich è riuscito a liberare l’ultimo tabù e cioè la traversata integrale nord-sud.
Lo Hielo Continental è uno dei più grandi ghiacciai al mondo, si trova in Patagonia ed è lungo complessivamente 750-800 Km diviso in due parti dal Rio Baker. Nel Norte, lungo circa 250 Km, sorge la montagna più alta della Patagonia, Cerro S.Valentin (4050m); nel Sur invece sorgono i celeberrimi Fitz Roy e Cerro Torre.
A dire il vero già nel 1999 eravamo partiti con questo intento salendo poi la Gorra Blanca (2860 m) poco più a nord del Fitz Roy, ma stavolta avevamo ambizioni più grandi: il Cordon Mariano P. Moreno (3550 m) la più alta montagna di tutto lo Hielo Continental Sur, ci aveva da subito colpito mentre lo osservavamo dal Passo Viento in una giornata favolosa come se ne vedono poche in Patagonia.
Salita per la prima volta nel 1958 da Carlo Mauri e Walter Bonatti ci era subito piaciuta per la sua imponenza e per quel bel pendio regolare di 5 Km che porta in vetta; pendio volto ad est in direzione del Cerro Torre che si erge a poco più di una ventina di Km; pensare di poter scendere con gli sci in un ambiente così sarebbe stato inebriante!
Ripetizioni che si possono contare sulle dita di una mano, idee, sogni che ci hanno accompagnato sommessamente in questi anni, ma che sono riemersi prepotentemente nel momento di decidere dove far graffiare le lamine degli sci quest’autunno.
Siamo partiti a metà novembre, con noi Gianni Corti , Paolo Locatelli e il mitico Robi Chiappa; decidiamo di entrare dal Passo Marconi, la salita la conosciamo bene ed è forse la parte più faticosa perché siamo a pieno carico e dobbiamo dimezzare il peso obbligandoci così a fare due volte il percorso.
Le modifiche morfologiche rispetto a quattro anni fa sono evidenti: al posto di una lunga lingua di ghiaccio e sassi che permetteva l’accesso al ghiacciaio, ora c’è un lago che ci impone una risalita su morena alquanto instabile.
E’ un lavoro noioso che in genere risolviamo in quattro giorni, questa volta ne impiegheremo sette sfruttando due buchi di poche ore che il maltempo ci concede.
Vento fortissimo, neve, nuvole basse, peggio di così non si poteva cominciare e noi bloccati in tenda per 8 lunghi giorni, passati a controllare il barometro ed a sentire la voce del vento che quando si ferma è solo perché è il preludio di una violenta raffica che scuote la tenda.
Costruiamo una truna che allarghiamo ogni giorno e che ci sarà di fondamentale aiuto quando la forza del vento ci piega la tenda e saremo costretti a rifugiarci lì per la notte; non sarà tuttavia l’unica perché ne costruiremo un’altra poco sopra il passo, successivamente.
Contiamo i giorni persi, bisogna decidersi ad attraversare in direzione ovest e lo facciamo anche se la giornata non è proprio bellissima, dopo 5 ore passate a tirare la slitta il tempo peggiora e andare avanti è impossibile.
Montiamo le tende proprio in mezzo al ghiacciaio poco sotto il Passo Mariano Moreno, non ci sono ripari naturali ed il muro che costruiamo è di neve molto umida, ci rendiamo subito conto che più di tanto non ci potrà riparare.
Infatti con l’aumentare dell’intensità del vento e della neve una parte cade obbligandoci ad un ulteriore lavoro di sistemazione; passiamo così due giorni, ma soprattutto due notti non esattamente facili finché in un momento di relativa calma decidiamo di spostarci verso il Cerro Torre, in una zona meno esposta.
La decisione non è facile perché la scelta di andarsene pregiudicherà in maniera irreversibile la salita al Cordon Moreno ma a malincuore decidiamo di spostarci; ci dirigiamo verso il Circolo degli Altari, semicerchio costituito da una serie di montagne e guglie di granito.
Il cielo è coperto e nevischia, è un peccato arrivare in questo luogo e non vedere niente, nel pomeriggio però il sole comincia a fare capolino e ci godiamo infine uno splendido tramonto in una delle zone più belle della Patagonia.
La giornata del giorno seguente è a dir poco fantastica!
Sci ai piedi ci inoltriamo nel circolo risalendo i pendii del Cerro Torre fino al “Filo Rosso”.
La cosa interessante è stata farlo insieme a Robi che faceva parte della prima spedizione dei Ragni nel 1970; crediamo che per Lui sia stato quasi uno specie di pellegrinaggio tornare 34 anni dopo sul luogo di una impresa definibile storica anche solo per aver pensato e tentato questa montagna in quegli anni.
Ci fermiamo dove era stato installato il campo d’assalto, seguiamo Robi che ci racconta di quei giorni mentre raccoglie materiale abbandonato da oltre 30 anni; lo lasciamo lì, ci pare anche un po’ commosso, a cercare ricordi e continuiamo a risalire il pendio fino a dove si può, fino ad avere l’impressione di poter toccare la montagna.
La vista è eccezionale, davanti a noi il Cordon M.P.Moreno e sotto lo Hielo Continental per decine e decine di chilometri di ghiaccio, il Vulcan Lautaro a nord e il Murallon a sud; poi inforchiamo gli sci, la neve è ottima e il pendio è bello costante, c’è chi la discesa la fa a singhiozzo per fare qualche fotografia, chi invece preferisce farla tutta di un fiato; alla fine, questa sarà l’unica sciata decente di tutto il viaggio.
Non sono ancora passate 24 ore dall’arrivo del bel tempo che già le nuvole hanno coperto il passo M.Moreno e quando ci svegliamo il mattino successivo sentiamo il vento ed il nevischio che sbatte sulla tenda.
Poi ci vorranno ancora 5 giorni per poter arrivare a El Chalten, attraverso il Passo Viento e la Laguna Toro, con relativi guadi nelle gelide acque del Rio Tunnel; giorni ancora di fatica con il tempo che non si decide a migliorare.
Ed è proprio il senso della fatica che rende il sapore della rinuncia molto amaro e che ti chiude in te stesso rendendo interminabili i silenzi; di questo ma soprattutto di tempo meteorologico stavamo parlando fuori dall’Hostaria Fitz Roy Inn mentre aspettavamo il bus per El Calafate, quando ci siamo accorti del sorriso ironico dell’autista che sembrava, inizialmente, assorto solo a bere il suo mate.
“ Io lo sapevo che questa primavera sarebbe stata così, con brutto tempo, neve e forte vento”, ci ha interrotto; ah che stupidi che siamo stati!
Se solo gli avessimo telefonato prima di partire avremmo sicuramente risparmiato soldi, tempo, il sapore amaro della rinuncia e voi cari lettori questo magari noioso articolo.




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