SCI
ALPINISMO NELLA TERRA DEI SAMURAI
Più
che di vulcani o di montagne, la tentazione di raccontare del
resto del nostro viaggio è stata forte perché
in fin dei conti stiamo parlando del Giappone, un paese che
agli occhi di noi europei è decisamente ricco di sorprese
e di contraddizioni, ma che invece ha saputo trovare un equilibrio
tra la sua millenaria tradizione ed il fatto di essere la seconda
potenza mondiale in campo economico.
Così per Tokio si possono incontrare eleganti signore
in Kimono e manager in giacca e cravatta oppure in pochi metri
coesistono uno dei più suggestivi e vecchi santuari di
tutto il Giappone ed il quartiere di Shinjuku regno incontrastato
di grattacieli, business e tecnologia.
Questo ed altro abbiamo raccolto nelle due settimane che abbiamo
vissuto letteralmente on the road dormendo spesso anche in auto
ai lati delle autostrade o nei piazzali dei centri commerciali,
passando dal caotico traffico di Tokio e dintorni alle più
tranquille strade di montagna dello Hokkaido.
Abbiamo potuto apprezzare la disponibilità e la
gentilezza dei giapponesi nell’aiutarci a superare gli
inevitabili problemi causati da un linguaggio e da una scrittura
così diversa dalla nostra e con entusiasmo abbiamo cercato,
almeno in parte, di adeguarci ai loro usi: dalla fila composta
sui marciapiedi di treni o metrò, al mangiare il pesce
crudo (sushi) o immergersi nelle acque calde termali (onsen)
all’aperto e magari sotto una bella nevicata.
Ma noi siamo andati in Giappone soprattutto per continuare il
nostro pellegrinare lungo The Ring Of Fire (l’anello di
fuoco) per salire con gli sci i vulcani che circondano l’Oceano
Pacifico e di questo racconteremo.
Siamo partiti conoscendo solo dei nomi scaricati da Internet,
niente relazioni o guide, solo la cartina stradale nello zaino
e questo ha dato poi un sapore particolare ad alcune salite
specialmente nella prima parte del viaggio che si è svolta
nell’isola di Hokkaido.
Le preoccupazioni di trovare anche qui la penuria di neve che
ha contraddistinto questa stagione alpina si sono subito dissipati,
tanta neve anche a livello del mare; abbiamo infilato così
una settimana fantastica, avevamo l’obiettivo di salire
tre vulcani ma siamo andati oltre: in sei giorni cinque salite,
neve ottima, unica nota stonata il tempo mai particolarmente
bello e soprattutto il vento sempre molto forte che ha irrigidito
di molto le temperature.
Dislivelli umani, dagli 800 ai 1600 m, e discese su pendii costanti,
che poi sono la caratteristica principale di un vulcano, oltre
che la sensazione di solitudine poiché la pratica dello
scialpinismo non è molto sviluppata e la salita a piedi
è molto vincolata dalla neve e dalle condizioni meteorologiche.
La mattina successiva al nostro arrivo proprio a pochi Km dall’aeroporto
di Sapporo abbiamo salito l’Eniwa-Dake (1320 m) con la
cima coperta dai classici cavolfiori di neve come in un paesaggio
patagonico e con l’odore dello zolfo che ci entra nel
naso e che per un attimo ci proiett
a,
come in una sorte di deja vu, l’immagine di altre nostre
salite in altre parti del mondo.
Con il nostro 4WD siamo poi scesi più a sud per tentare
lo Yotei-San (1898 m) un vulcano con il classico grande cono
di oltre 1600 m di dislivello; abbiamo scelto il versante meridionale
per la salita accompagnati da un
vento tempestoso con temperature veramente glaciali che ha reso
inutilizzabili le macchine fotografiche, che comunque sarebbero
state di poco aiuto per documentare il nostro arrivo in cima
dato
che la visibilità era zero.
Dicono che dalla cima si veda l’oceano ed altri vulcani
insomma un bel paesaggio, noi ci ricordiamo solo di una bella
neve che abbiamo particolarmente gustato in discesa e con la
beffa che il nostro arrivo alla macchina è stato salutato
con la dissipazione completa di tutte le nuvole in cielo.
Ci siamo spostati poi nella zona centrale dell’Hokkaido
e precisamente nel Daisetsuzan National Park, il più
grande di tutto il Giappone, costituito da diversi gruppi montani
e da vulcani oltre che dalle immancabili sorgenti calde.
Famoso e frequentatissimo in estate per i suoi trekking , in
primavera è molto tranquillo, non ci sono problemi per
trovare da dormire e non c’è nemmeno ressa nelle
onsen che all’aperto sono vere e proprie buche scavate
nella neve.
Qui il paesaggio cambia radicalmente rispetto alla zona meridionale,
al posto di radi boschi di betulle ci sono vere e proprie foreste
e le caratteristiche della catena montuosa diventa a noi più
familiare.
I solitari villaggi termali diventano così una buona
base di partenza per le salite al Sandan-Yama (1748 m), al Tokachi-Dake
(2077 m)
ed al Asahi-Dake (2290 m) la montagna più alta dell’isola
che ci ha regalato una bella discesa su ottimi pendii, il diradarsi
della nebbia ci ha permesso poi di scodinzolare attorno a grossi
buchi che sbuffavano colonne di una decina di metri di vapore
puzzolente.
Niente al confronto comunque del Tokachi-Dake che è un
vulcano attivissimo ed il cui cratere alzava nuvole impressionanti
di fumo ed il cui sordo boato ci ha tenuto compagnia, si fa
p
er
dire, per tutta la giornata; seduti poco comodamente sulla cima,
sferzata da un freddissimo e violento vento, guardando in basso
ci siamo immaginati la trasformazione del fondovalle all’inizio
dell’estate quando la neve si scioglie e lascia il posto
a idilliaci prati di papaveri e di lavanda.
Ma siamo ancora in primavera e una abbondante nevicata ci ha
consigliato di levare le tende e volare 1000 Km più a
sud a Tokio, per quello che è stato il vero obiettivo
del viaggio, il vulcano più famoso: il Fuji-San.
L’impatto con il traffico della capitale è stato
veramente duro con file interminabili di auto e con l’immagine
di autostrade e della ferrovia che si sovrappongono negli spazi
lasciati liberi dai grattacieli entrando ed uscendo da tunnel
artificiali.
Di notte arriviamo a Yoshida una delle città ai piedi
del vulcano, se non fosse per le scritte in giapponese si potrebbe
pensare ad una classica cittadina americana con la main street
circondata da ristoranti, hotel e sale da gioco.
La raccolta di informazioni non può che incominciare
dalla visita al visitor center dove però ci sconsigliano
vivamente la salita in questa stagione e per fortuna abbiamo
nascosto la nostra intenzione di usare gli sci perché
è vietato.
Nel giro di pochi minuti siamo circondati da turisti (giapponesi),
questa montagna è il simbolo stesso del Giappone tanto
che d’estate una media di 300 persone al giorno sale in
vetta, per molti è una sorta di pellegrinaggio .
Con la macchina sfruttando una strada asfaltata a pagamento,
e non proprio a buon mercato, si può arrivare in questa
stagione alla quarta stazione a circa 2000 m, poi ci sono ancora
6 Km da fare con gli sci in spalla
per
arrivare alla quinta stazione dove troviamo la neve.
Sci ai piedi alla fine di un lunghissimo diagonale (2 Km) si
arriva al grande canale che scende dalla vetta; le condizioni
della neve sono strepitose perché la nevicata caduta
nei giorni precedenti se da un lato obbliga a battere la pista
dall’altra ha coperto il ghiaccio e ci ha permesso una
salita sicura e diretta con gli sci al traino.
Mentre saliamo abbiamo tempo di guardarci in giro, sulla cresta
nord-est, battuto da un forte vento, si intravede il sentiero
estivo, che sale con innumerevoli zig-zag, ed i molti ricoveri
che danno riparo nelle comunque fredde notti estive e infine
sullo sfondo i laghi di Fuji Go-Ko .
L’arrivo in cima sostanzialmente ricalca l’Hokkaido,
vento freddissimo e soprattutto nebbia per cui solo a tratti
riusciamo ad intravedere il fondo del cratere, ci sono volute
6 ore per arrivare in cima, e l’oscurità potrebbe
essere un problema, così senza neanche
il
tempo di tirare il fiato ci buttiamo a rotta di collo in discesa,
per fortuna la neve tiene bene e ci regala una superba sciata.
Per concludere la giornata rimane
comunque la monotonia degli ultimi Km a piedi, solo parzialmente
attenuata da un bel tramonto, e il convincere gli addetti della
strada a farci scendere sebbene quest’ultima sia formalmente
chiusa da tre ore.
La vacanza non finirà qui, tenteremo altre salite nel
distretto di Nagano, ma la fortuna è finita ed il brutto
tempo ci fermerà a pochi metri dalla cima del Norikura-Dake
(3026 m) e poi c’è sempre la visita a Tokio un
must per chi viaggia in questa terra.
Alcune considerazioni sulla capitale le abbiamo
già fatte, crediamo che la più importante sia
proprio che mai come in questa terra ci siamo sentiti gaijin
(stranieri) e forse per questo il viaggio ha acquistato un sapore
particolare e noi di questo ne siamo particolarmente
felici.