SCI
ALPINISMO NELLA TERRA DEGLI INUIT
“Greenland” significa terra verde, guardando dall’oblò
del quadrimotore la calotta ghiacciata che copriva l’oceano
abbiamo subito pensato che colui che attribuì il nome alla
Groenlandia deve averla vista per la prima volta in quel brevissimo
periodo che va da inizio luglio a fine agosto, quando finalmente
il ghiaccio lascia posto al mare e le coste acquistano un colore
diverso dal bianco.
L’idea di andare a fare sci alpinismo nell’isola di
Angmassalik, cosa sicuramente originale, ci è venuta in
quanto l’isola è il punto di partenza della più
famosa traversata est-ovest nella parte meridionale della Groenlandia,
le scarse informazioni sulle montagne presenti nella zona sono
state comunque uno stimolo a correre anche il rischio di fare
un buco nell’acqua, con la consolazione comunque di scoprire
una terra a noi sconosciuta e che le lamine dei nostri sci non
avevano ancora scalfito.
E’ tarda primavera ma la neve ed il freddo non ci aiutano
a ricordarlo, fuori dall’aeroporto due uomini aspettano
con le loro slitte, i loro cani sdraiati tranquillamente in mezzo
alla neve sembra che non si accorgano né del freddo né
degli scatti delle macchine fotografiche di noi turisti curiosi,
poi appena donne e bambini si accomodano sulle slitte levano l’arpione
che le blocca insieme ai cani, danno uno o due ordini decisi agli
animali e scompaiono in mezzo al bianco della neve e del riverbero.
Non siamo ancora arrivati a destinazione, ci sono più di
40 Km per arrivare a Tasiilaq (il paese più abitato dell’isola
di Angmassalik) che raggiungeremo con l’elicottero; durante
il volo possiamo renderci conto dell’enorme possibilità
del luogo specialmente per quelle bellissime catene montuose che
s’intravedono.
Ad aspettarci alla Red House c’è Robert Peroni, noto
esploratore ed alpinista, che vive e lavora qui insieme agli INUIT,
la popolazione eschimese, e che per la sua enorme esperienza è
una tappa obbligata per tutti quelli che intraprendono qualsiasi
spedizione nel sud-est della Groenlandia.
La serata è stupenda, non una nuvola nel cielo, la temperatura
è freddissima; sotto di noi il grande fiordo completamente
ghiacciato e di fronte una serie di montagne con bei pendii bianchi
arrossati dal tramonto del sole.
Dopo la cena a base di crostacei anche noi, come tutti, ci affidiamo
a Robert per scegliere dove posizionare il campo base, le possibili
salite e nel recupero delle ultime cose utili per la nostra piccola
spedizione.
La mattina successiva siamo pronti, sul fiordo ci aspettano tre
slitte trascinate da cani che ci porteranno insieme al nostro
carico fino al campo base, siamo curiosi di vedere all’opera
questi animali mentre lavorano.
A vederli sdraiati sulla neve sembra che sonnecchino mentre aiutiamo
i cacciatori a caricare le slitte, poi quando capiscono che è
ora di andare incominciano ad agitarsi e solo l’ordine di
partenza li rende più tranquilli.
La nostra slitta balza in avanti trascinata da 11 cani disposti
a raggiera, ogni urlo è un ordine che viene rispettosamente
eseguito; noi seduti comodamente o quasi ci divertiamo a fotografare
il loro duro lavoro; la pista è segnata, ma anche se non
fosse siamo sicuri che la conoscono a memoria anche perché
è l’unica via di collegamento per Tiniteqilaaq, un
paesino a circa 40 Km a nord, sulle sponde di un altro fiordo.
La gita è divertente peccato per le nuvole basse che ci
impediscono di godere del panorama, ma non ci preoccupiamo più
di tanto, abbiamo una settimana di tempo davanti a noi .
Attraversiamo una serie di laghi ghiacciati incastrati tra le
montagne, quando la pista si fa più erta dobbiamo scendere
per non fare troppo affaticare i cani e loro ci ripagano con discese
velocissime che ci obbligano a tenerci ben saldi perché
altrimenti rischiamo di fare un bel volo.
Dopo un’ora e mezza arriviamo al posto stabilito per fare
il campo, è in riva ad un laghetto, almeno così
risulta dalla fotocopia della cartina, ci guardiamo in giro: siamo
fortunati perchè dalla neve sgorga anche un piccolo torrente,
per avere l’acqua non dovremo sciogliere neve.
Ma quello che ci rende particolarmente euforici è l’esistenza
di un piccolo bivacco di legno costruito per i cacciatori, è
costituito solo da un pianale rialzato da terra dove buttiamo
i nostri sacchi a pelo; mentre qualcuno gli da una pulita, il
“capo officina” costruisce un tavolino dove far da
mangiare, il tutto è piccolissimo giusto per noi quattro.
Prima di salutarci i cacciatori ci affidano un loro fucile con
relative munizioni, la probabilità di trovare l’orso
bianco è bassa, ma non improbabile; tuttavia siamo così
entusiasti del posto che decidiamo immediatamente di mettere gli
sci per un giro di esplorazione anche se le nuvole basse non promettono
nulla di buono.
Risaliamo verso ovest il pendio sovrastante e dopo un oretta ci
rendiamo conto che le nuvole si stanno diradando, sopra c’è
il sole, davanti a noi compare uno scivolo stupendo di circa 600
m di dislivello che non chiede altro che di essere risalito.
Non si può rifiutare l’invito, il panorama si fa
sempre più ampio e il pulsante delle macchine fotografiche
scatta in continuazione, anche se l’ora è tarda non
abbiamo fretta poiché sappiamo che il sole, a queste latitudini,
non tramonterà molto presto.
Una piccola cresta nevosa e poi siamo seduti intorno all’ometto
di cima, il panorama è molto bello sembra di essere in
alta quota solo che qui siamo a poco più di 1000 m , bisogna
fare un programma per i giorni futuri e questo è il posto
ideale.
Riponiamo la fotocopia della cartina in fondo allo zaino, le salite
delle vette ci sono ora evidenti ed in breve abbiamo già
occupato tutti i giorni a nostra disposizione, l’eventualità
del brutto tempo non viene assolutamente presa in considerazione.
Non ci rimane che scendere, inforcati gli sci ci buttiamo giù
dal pendio con la voglia e la grinta della prima gita dell’anno,
la neve è dura anche se è pomeriggio inoltrato e
poi oggi non è stata una giornata molto calda.
Vediamo nitidamente la pista delle slitte sul ghiacciaio, due
la stanno faticosamente risalendo, saranno cacciatori che tornano
a casa; quando ci fermiamo a riprendere il fiato ci accorgiamo
che il silenzio è irreale, non ci sono rumori, non ci sono
animali solo noi.
Dopo poco anche le slitte sono scomparse, non ci rimane che fare
gli ultimi scodinzoli e poi siamo arriviamo al bivacco.
Mentre il fornello scalda l’acqua vediamo di rendere il
nostro alloggio un po’ più confortevole perché
poi sicuramente non ne avremo più voglia; siamo stati proprio
fortunati, dopo mangiato ci scappa pure una partita a carte sdraiati
sui sacchi a pelo.
I giorni successivi passano velocemente, il tempo bello ci permette
di salire su cime spesso senza nome che sulla cartina vengono
segnate solamente per la loro quota, gite non difficili che però
hanno sempre nel finale una crestina o un pendio da risalire con
i ramponi.
Ogni volta che arriviamo in vetta lo sguardo viene catalizzato
dall’immensa calotta ghiacciata che copre interamente la
terraferma e che si estende a perdita d’occhio per migliaia
di chilometri .
Il giorno in cui decidiamo di salire la più alta montagna
di Angmassalik il tempo però sta peggiorando, risalendo
il passo che ci porta sul ghiacciaio più grande incrociamo
due cacciatori che ci avvertono che le previsioni del tempo sono
brutte, potrebbe addirittura piovere perché le temperature
sono in aumento.
Decidiamo di andare avanti lo stesso e sarà una giornata
veramente tosta, dobbiamo rinunciare anche alla vetta a causa
del maltempo perché da dove si lasciano gli sci ci sono
ancora 150 m di cresta sconosciuta, ci siamo dovuti accontentare
di una anticima con un pendio finale a 45°; dovremmo poi sudare
le proverbiali sette camicie per uscire dal ghiacciaio completamente
immerso nelle nuvole con visibilità non oltre i 50 metri.
I due giorni successivi li passiamo chiusi nel bivacco ad aspettare,
ma è sempre peggio; dopo la neve, con il rialzo della temperatura,
è arrivata strano a pensarlo la pioggia e siamo un po’
preoccupati perché per arrivare a Tasiilaq dobbiamo attraversare
5 laghi ed un fiordo di circa 4 Km, tanto più che Robert
si è raccomandato nel caso di brutto tempo di non aspettare
l’ultimo momento ad uscire perché l’aereo potrebbe
partire anche senza di noi.
Si decide così la partenza ad ogni costo, la sera prima
mangiamo tutto quello che è rimasto, prepariamo degli zaini
leggeri per il viaggio, il rimanente verrà successivamente
recuperato dalle slitte, l’indomani partiamo sotto una pioggia
insistente.
Sono circa 17 Km fatti di corsa con gli sci ai piedi ma senza
pelli per essere più veloci, mentre attraversiamo il primo
lago cerchiamo di essere più leggeri possibile sulla crosta
di ghiaccio che lo ricopre, sicuramente tiene ma quell’acqua
di fusione azzurra che affiora dalla neve non ci tranquillizza
completamente.
Per fortuna c’è una scia di una slitta che è
passata nella notte, quando la temperatura era più fredda,
noi la seguiamo fedelmente in fila indiana, se ha tenuto la slitta
speriamo che tenga anche noi.
Ci fermiamo raramente, l’ultima volta in riva al fiordo;
in quest’ansa, di acqua se ne vede parecchia, ma vediamo
le luci del paese sistemato sulla sua costa meridionale e poi
sono più di due ore che facciamo fondo escursionismo sotto
la pioggia, meglio andare senza pensarci troppo.
Le nuvole basse e nere e la neve che ormai ha perso il suo candore
ai lati delle strade, non ci danno un quadro idilliaco del paese
avremmo sicuramente preferito un arrivo diverso.
Continuerà a piovere per il resto del tempo, ma non ci
annoieremo, Robert ci delizierà con cene a base di balena
e bue muschiato e ci racconterà degli Inuit, della loro
storia, dei loro usi e costumi, della loro caccia, delle loro
leggende e dei loro problemi di integrazione.
Fuori ha smesso di piovere, le montagne si riflettono nel grande
fiordo diventato, dopo che si è sciolta la neve superficiale,
trasparente; Robert sta disegnando sulla cartina una magic-line
tra ghiacciai e montagne mai salite; dal silenzio e dalla concentrazione
dei compagni abbiamo la sensazione che questa non sarà
l’ultima volta che verremo alla Red-House.
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